Piccolo un merlo implume di Enrico Calenda

Il poeta interroga, si pone domande sulla vita degli esseri, sul loro disgiungersi differenziandosi, sulle scelte difficili d'un microcosmo solerte e mutevole. Utilizza le potenzialità del linguaggio, le finezze sottili d'una lingua che si evolve, le capacità comunicative, le rit¬micità implicite, che indagano e incantano. Egli sa che la poesia è carmen, non ottiene magicamente risultati, ma trascina nel suo gio¬co di suoni, di parole, di analogie, di simboli, dribbla le scientifi¬cità, le analisi filosofiche, si tuffa nel profondo dei significati della vita, guazza nel mistero. Sa che tutto “s'incastra e urla, si sboccia e muore". Sa che la sua vita è come quella di un lichene "nella roccia
che ghiaccia” e si sforza di "capire, cogliere l'essere in te". E come "un granchio s'allunga lungo lo scoglio all'asciutto, poi ratto tor¬na nell'acqua impaurito, sorpreso dal tutto". Sa di essere egli stesso "piccolo un merlo implume". E la poesia si fa strumento di comuni¬cazione con gli altri esseri di questo mistero che è l'universo e delle gioie e delle sofferenze del vivere.

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